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R. Gentile collega, rispondere alle domande che lei mi invia
in realtà sono più complicate di quanto possa sembrare ma proviamoci
comunque.
La riparazione di una protesi a nostro parere richiede l'emissione della
dichiarazione di conformità per i seguenti motivi:
per capirci abbiamo bisogno di staccarci per un attimo dal nostro
mestiere, supponiamo di riparare una fotocopiatrice, in questo caso
riparare significa sostituire il pezzo rotto con uno identico funzionante
fornito dalla casa produttrice o con uno prodotto dalla concorrenza che
abbia però le stesse caratteristiche dichiarate. Se noi però andassimo a
inserire nella fotocopiatrice dei pezzi diversi da quelli previsti dal
fabbricante ci dovremmo assumere la responsabilità di avere modificato
l'apparecchio e quindi la sua progettazione iniziale. Diventiamo in quel
momento corresponsabili dei danni che l'apparecchio può causare, ma.. in
quale misura? Il fabbricante in caso di contenzioso avrebbe tutto
l'interesse di far ricadere tutte le responsabilità su chi ha manomesso
l'apparecchio, il riparatore si troverebbe nell'imbarazzante situazione di
dover dimostrare che il danno non è causato dalla modifica da lui
apportata ma bensì dal resto dell'apparecchiatura.
Ma ritorniamo alle nostre protesi e vediamo che la riparazione non può
del tutto essere paragonata al cambio di un pezzo uguale a quello
inizialmente progettato perché qualsiasi intervento con apporto di
materiale nuovo, potenzialmente diverso da quello originale, per
dimensione, composizione chimica e caratteristiche fisiche è una modifica
al dispositivo stesso.
Allo stesso tempo se noi considerassimo una semplice riparazione come una
rimessa a nuovo, il laboratorio che esegue la riparazione si prenderebbe
la responsabilità dell'intero dispositivo obbligandolo a riprogettare lo
stesso. Una riparazione oggi costa circa 35 euro, se dovessimo ogni volta
che eseguiamo una riparazione prenderci la responsabilità dell'intero
dispositivo non dovremmo farla pagare meno di 2 - 300 euro perché il
rischio collegato ad un dispositivo vecchio e fabbricato da altri è di
gran lunga superiore a quello di un dispositivo nuovo da noi prodotto.
E' ovvio che la riparazione ha anche un valore sociale ed anche per questo
non possiamo dire ad una persona anziana di cestinare la protesi ogni
volta che questa ha bisogno di una riparazione.
Per questo, potremmo discutere per ore su questo argomento senza trovare
una soluzione che soddisfi tutte le parti: chi produce, chi ripara e chi
utilizza.
La soluzione che noi riteniamo più giusta (anche se in qualche modo
contestabile) è quella di emettere la dichiarazione di conformità per il
tipo di intervento che noi abbiamo eseguito, se poi la protesi crea un
danno, se dipende dalla parte da noi riparata sarà colpa nostra,
altrimenti del fabbricante.
Si possono fare molteplici esempi di protesi che riportano dei rischi
residui:
basta pensare a ponti fissi in cui dobbiamo fare delle zone di saldatura
di ridotte dimensioni, ma che dobbiamo fare lo stesso perché non vi è
altro modo di risolvere il problema del paziente, pensiamo alle protesi
mobili che ognuno di noi ha qualche volta confezionato su impronte
incomplete perché il dentista non è riuscito a far di meglio su quel
paziente particolarmente sensibile, pensiamo ancora a quante protesi
combinate in cui lo spazio sopra agli attacchi lascia un rischio residuo
di possibile rottura, oppure ancora quando dobbiamo abbinare un metallo
alla presenza dichiarata di amalgama in bocca. In tutti questi casi noi il
lavoro lo dobbiamo fare lo stesso, è però necessario dichiarare di volta
in volta il rischio residuo.
La taratura è un argomento delicato, se parliamo di taratura questa deve
essere eseguita solo in centri specializzati o con strumenti di paragone
primari. Vi è tuttavia un altro modo di cercare di risolvere il problema,
tramite la manutenzione, una volta stabilito uno standard lavorativo
possiamo dimostrare come lo manteniamo costante nel tempo tramite delle
procedure di lavoro e di manutenzione. Un esempio pratico: se ad esempio
otteniamo una buona fusione, meglio se almeno una volta la facciamo
analizzare ( questo è un servizio che molte ditte di metalli fanno
gratuitamente ai clienti abituali), possiamo dimostrare che manteniamo
costanti i parametri nel tempo, come? Ad esempio controllando che
l'argento per taratura, nel nostro forno, fonde sempre alla stessa
temperatura ecc... Non è importante che fonda alla temperatura
controllata di 961,93 ° C come vorrebbe una taratura, ma che ripeta nel
tempo la temperatura con la quale abbiamo realizzato il campione ben
riuscito. Per quanto riguarda la centrifuga con fusione a cannello non vi
è niente da tarare se non l'operatore dovremo quindi assicurarsi che
l'operatore sia altamente specializzato per quello che fa', magari dando
prova di questo con qualche controllo periodico.
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