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È "un atto dovuto" riconoscere
il diritto all'esercizio della professione anche ai medici extra-Ue,
purché il loro titolo sia stato già riconosciuto in un altro Stato
membro. Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei
medici, Giuseppe Del Barone, commenta così le norme del decreto
legislativo varato giovedì dal Consiglio dei ministri (si veda "Il
Sole-24 Ore" di ieri), che recepisce la direttiva comunitaria
2001/19/CE sulle professioni sanitarie.
"Così come si consente la formazione di giovani stranieri nel
nostro Paese - spiega Del Barone - è giusto anche permettere loro
l'esercizio della professione". Per il presidente della FnomCeO
esiste, semmai, un problema "umanitario": "In alcuni
Paesi d'origine il loro contributo potrebbe essere fondamentale. Ma non
si può costringere nessuno a scegliere questa strada". Nessuna
minaccia, comunque, per l'occupazione dei medici in Italia.
"Comincio persino a dubitare che ci sia una pletora medica",
afferma Del Barone: "In questi giorni di vacanze, infatti, trovare
un sostituto è più difficile che imparare a piangere in
giapponese".
Soddisfatto anche Mario Falconi, segretario nazionale della Fimmg, la
maggiore associazione dei "generalisti". Sono infatti
giudicate "positive" le novità per la medicina generale:
corsi di specializzazione triennali invece che biennali, più ore
"di pratica" e passaggio alle Regioni delle competenze in
materia di formazione. "Siamo d'accordo - precisa Falconi - con una
formazione più lunga. Stiamo lavorando da anni perché la medicina
generale sia equiparabile a una vera e propria specializzazione.
L'aumento quantitativo del corso, quindi, ci fa piacere e ci auguriamo
per il futuro anche un miglioramento qualitativo dei contenuti".
Ma per Falconi, il Dlgs lascia irrisolto il nodo delle risorse, perché
"non prevede il finanziamento del triennio". "Non capiamo
nemmeno - aggiunge il segretario della Fimmg - se il Governo ne
attribuisce i costi alle Regioni, perché il testo sostiene che al terzo
anno non deve esserci alcun onere a carico dello Stato. Ma la formazione
non può essere a costo zero. Vorrei sapere chi paga". Com'era
prevedibile, i più entusiasti sono gli odontoiatri, perché il Dlgs
"sana" i titoli di quei medici che esercitano la professione
di dentista senza la "specializzazione" ad hoc prevista dalla
direttiva 78/686/Cee, recepita in Italia con anni di ritardo.
E prevede la possibilità della doppia iscrizione all'Albo dei medici e
a quello degli odontoiatri. Per Giuseppe Renzo, consigliere odontoiatra
nel Comitato centrale della FnoMCeO, "il Dlgs rivede finalmente
anomalie che esistevano solo in Italia. A partire dalla cosiddetta
"annotazione" nell'Albo degli odontoiatri dei medici
specialisti in odontoiatria ma iscritti all'Albo dei medici, che ora
avranno l'obbligo di iscrizione all'Albo degli odontoiatri per poter
esercitare la professione". I dentisti "annotati" sono
quasi 10mila. "La possibile doppia iscrizione ai due Albi -
aggiunge Renzo - tranquillizza tutti". Dello stesso avviso Paolo
Amori, presidente dell'Associazione nazionale dentisti italiani (Andi):
"Il recepimento della direttiva mette la parola "fine" a
un contenzioso che va avanti da anni".
Se Amori è cauto sull'apertura ai medici extra-Ue ("Occorrerà
valutare con attenzione le istanze di riconoscimento dei titoli"),
Renzo ricorda che resta irrisolta un'altra "posizione": quella
dei medici immatricolati dopo l'84-85 che hanno frequentato i corsi di
specializzazione in odontoiatria rimasti aperti nonostante, come deciso
dall'Ue, avessero dovuto chiudere i battenti entro dicembre 1991.
"Sono pochissimi professionisti - sottolinea il consigliere FnoMCeO
- ma ora sono un segmento a rischio. Che va sanato a livello
comunitario".
Il Sole 24 Ore
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