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18/06/2003      Cure dentarie al rebus Fondi

L’ipotesi di un fondo integrativo per le sole cure odontoiatriche è irrealizzabile. E anche ampliando l’intervento a prestazioni di branche diverse, l’operazione non potrà prescindere da ampie sperimentazioni e soprattutto dall’individuazione certa dei criteri d’accesso alle prestazione dell’area odontoiatrica che i Lea delegano alla potestà regionale.

A questa conclusione, più che interlocutoria, è giunto – dopo oltre due anni di lavoro – il gruppo di esperti appartenenti a cinque unità operative coinvolti nel programma di ricerca finalizzata all’"identificazione di Lea in odontoiatria e progettazione di un fondo integrativo ad hoc", nato sotto l’egida della Salute, per iniziativa della Lombardia e avviato nel luglio del 2001.

Lo studio di fattibilità.
In un panorama caratterizzato dalla quasi assenza di prestazioni odontoiatriche di routine da parte del Ssn (secondo l’Istat ogni famiglia spende dal dentista circa 323,77 euro l’anno), il progetto ha puntato a esplorare il mercato delle prestazioni odontoiatriche e a verificare – tramite i dati di una indagine conoscitiva affidata al Censis - il grado di propensione a ricorrere a un fondo integrativo odontoiatrico, anche in vista della costituzione del fondo previsto dal Psr regionale 2002-2004. Due gli scenari indagati e tarati sulla situazione lombarda: un Fondo volontario e un Fondo obbligatorio per un pacchetto base di prestazioni a due varianti (A: visita medica, ablazione del tartaro, otturazione semplice; B: visita medica, ablazione del tartaro, due otturazioni di cui una semplice).

Il calcolo dei costi.
Parametri di partenza per il calcolo, i dati epidemiologici elaborati dall’azienda ospedaliera di Vimercate – brillante esempio di produttività dell’odontoiatria pubblica – e quelli derivati dagli studi del Censis. Le ipotesi minime e massime di costo tengono invece conto delle tariffe medie riferite dall’Andi e dall’Ordine dei medici, nonché dei costi medi per ora di visita calcolati al terzo margine di bilancio in un ambulatori pubblico a campione. Il costo dei pacchetti risulta decisamente variabile ma non supera mai i 120 euro, mentre il costo iniziale di gestione della pratica è stato stimato a circa 20 euro, per un totale di 140 euro.

Le opzioni sulla gestione
Tre, infine ,le alternative per la gestione: il Fondo autogestito che opera come un’impresa di assicurazione con risorse tecnologiche e di personale proprie, il Fondo affidato in gestione ad un ente esterno che delegherebbe a un modello di outsourcing solo gli aspetti amministrativi, il Fondo affidato in gestione che si limiterebbe a svolgere le funzioni legate al trasferimento delle risorse. In questo’ultimo caso nell’accordo stretto tra la Regione e il terzo pagante potrebbero rientrare anche i diritti di proprietà sui residui. La gestione del rischio risulterebbe invece assai più problematica nel caso del modello autogestito.

La pausa di riflessione
A conti fatti nessuna delle soluzioni ipotizzate risulta economicamente sostenibile. Al di là delle soluzione variegate adottate finora in sole 7 Regioni, l’assistenza odontoiatrica pare destinata a rimanere terra d’esperimento in quasi tutta Italia. Pure con l’urgenza da un settore che sul piano professionale vive una profonda crisi."Sfavorevole rapporto odontoiatra/paziente, decremento della prevalenza della carie, elevati costi di attivazione e gestione dello studio, crescita delle conflittualità pazienti-odontoiatri, esasperazione tecnologica ed esplosione scientifica" sono, a esempio, i mali principali individuati da Antonio Carrassi, del dipartimento di Medicina, chirurgia e odontoiatria dell’Università di Milano. Mentre l’economista Aldo Piperno, dell’Università Federico II di Napoli avverte "La doppia copertura sulle stesse prestazioni e il livello di copertura pari al 100% - caratteristiche degli attuali "terzi paganti" e dei rapporti instaurati in base al modelli in parte sostitutivo e in parte aggiuntivo delineato dal Dlgs 229/1999 – determinano una crescita più che proporzionale della spesa e del consumo senza risolvere il problema delle risorse". La soluzione – dicono operatori ed esperti – deve necessariamente passare oltre che per la ridefinizione dei limiti dell’odontoiatria pubblica e per il rispetto della libera scelta del dentista da parte dei cittadini, anche e soprattutto per la sperimentazione. Una sollecitazione sul "coraggio di sperimentare" è giunta ad esempio dal presidente dell’Unidi Rosi Benecchi, che ha segnalato l’impegno della Commissione Sanità di Confindustria su questo terreno. "I fondi – ha detto – possono rappresentare un cardine importante per la ripresa e la crescita di un settore con una inarrestabile tendenza al ribasso ormai dagli anni ’90, ance per una dilagante piaga del sommerso che danneggia sia il cittadino che la filiera".

A mettere tutti d’accordo potrebbe essere la carta della prevenzione, purchè "vincolata a precisi obblighi contrattuali con i dentisti". La stessa tesi sostenuta dal segretario nazionale sindacale Andi, Roberto Callioni, convinto che l’odontoiatria terapeutica preventiva rappresenti "la strategia vincente sia per il paziente che per la collettività". Nel fiorire delle ipotesi, una cosa in Regione Lombardia è data per certa: sarà la politica a suggerire la strada da imboccare in un rebus che le sole valutazioni economiche sconsiglierebbero di risolvere.
(Fonte: Il Sole 24 Ore)
Sara Todaro

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