|
L’ipotesi di un fondo integrativo per le sole cure
odontoiatriche è irrealizzabile. E anche ampliando l’intervento a
prestazioni di branche diverse, l’operazione non potrà prescindere da
ampie sperimentazioni e soprattutto dall’individuazione certa dei
criteri d’accesso alle prestazione dell’area odontoiatrica che i Lea
delegano alla potestà regionale.
A questa conclusione, più che interlocutoria, è giunto – dopo oltre
due anni di lavoro – il gruppo di esperti appartenenti a cinque unità
operative coinvolti nel programma di ricerca finalizzata all’"identificazione
di Lea in odontoiatria e progettazione di un fondo integrativo ad
hoc", nato sotto l’egida della Salute, per iniziativa della
Lombardia e avviato nel luglio del 2001.
Lo studio di fattibilità.
In un panorama caratterizzato dalla quasi assenza di prestazioni
odontoiatriche di routine da parte del Ssn (secondo l’Istat ogni
famiglia spende dal dentista circa 323,77 euro l’anno), il progetto ha
puntato a esplorare il mercato delle prestazioni odontoiatriche e a
verificare – tramite i dati di una indagine conoscitiva affidata al
Censis - il grado di propensione a ricorrere a un fondo integrativo
odontoiatrico, anche in vista della costituzione del fondo previsto dal
Psr regionale 2002-2004. Due gli scenari indagati e tarati sulla
situazione lombarda: un Fondo volontario e un Fondo obbligatorio per un
pacchetto base di prestazioni a due varianti (A: visita medica,
ablazione del tartaro, otturazione semplice; B: visita medica, ablazione
del tartaro, due otturazioni di cui una semplice).
Il calcolo dei costi.
Parametri di partenza per il calcolo, i dati epidemiologici elaborati
dall’azienda ospedaliera di Vimercate – brillante esempio di
produttività dell’odontoiatria pubblica – e quelli derivati dagli
studi del Censis. Le ipotesi minime e massime di costo tengono invece
conto delle tariffe medie riferite dall’Andi e dall’Ordine dei
medici, nonché dei costi medi per ora di visita calcolati al terzo
margine di bilancio in un ambulatori pubblico a campione. Il costo dei
pacchetti risulta decisamente variabile ma non supera mai i 120 euro,
mentre il costo iniziale di gestione della pratica è stato stimato a
circa 20 euro, per un totale di 140 euro.
Le opzioni sulla gestione
Tre, infine ,le alternative per la gestione: il Fondo autogestito che
opera come un’impresa di assicurazione con risorse tecnologiche e di
personale proprie, il Fondo affidato in gestione ad un ente esterno che
delegherebbe a un modello di outsourcing solo gli aspetti
amministrativi, il Fondo affidato in gestione che si limiterebbe a
svolgere le funzioni legate al trasferimento delle risorse. In questo’ultimo
caso nell’accordo stretto tra la Regione e il terzo pagante potrebbero
rientrare anche i diritti di proprietà sui residui. La gestione del
rischio risulterebbe invece assai più problematica nel caso del modello
autogestito.
La pausa di riflessione
A conti fatti nessuna delle soluzioni ipotizzate risulta economicamente
sostenibile. Al di là delle soluzione variegate adottate finora in sole
7 Regioni, l’assistenza odontoiatrica pare destinata a rimanere terra
d’esperimento in quasi tutta Italia. Pure con l’urgenza da un
settore che sul piano professionale vive una profonda
crisi."Sfavorevole rapporto odontoiatra/paziente, decremento della
prevalenza della carie, elevati costi di attivazione e gestione dello
studio, crescita delle conflittualità pazienti-odontoiatri,
esasperazione tecnologica ed esplosione scientifica" sono, a
esempio, i mali principali individuati da Antonio Carrassi, del
dipartimento di Medicina, chirurgia e odontoiatria dell’Università di
Milano. Mentre l’economista Aldo Piperno, dell’Università Federico
II di Napoli avverte "La doppia copertura sulle stesse prestazioni
e il livello di copertura pari al 100% - caratteristiche degli attuali
"terzi paganti" e dei rapporti instaurati in base al modelli
in parte sostitutivo e in parte aggiuntivo delineato dal Dlgs 229/1999
– determinano una crescita più che proporzionale della spesa e del
consumo senza risolvere il problema delle risorse". La soluzione
– dicono operatori ed esperti – deve necessariamente passare oltre
che per la ridefinizione dei limiti dell’odontoiatria pubblica e per
il rispetto della libera scelta del dentista da parte dei cittadini,
anche e soprattutto per la sperimentazione. Una sollecitazione sul
"coraggio di sperimentare" è giunta ad esempio dal presidente
dell’Unidi Rosi Benecchi, che ha segnalato l’impegno della
Commissione Sanità di Confindustria su questo terreno. "I fondi
– ha detto – possono rappresentare un cardine importante per la
ripresa e la crescita di un settore con una inarrestabile tendenza al
ribasso ormai dagli anni ’90, ance per una dilagante piaga del
sommerso che danneggia sia il cittadino che la filiera".
A mettere tutti d’accordo potrebbe essere la carta della prevenzione,
purchè "vincolata a precisi obblighi contrattuali con i
dentisti". La stessa tesi sostenuta dal segretario nazionale
sindacale Andi, Roberto Callioni, convinto che l’odontoiatria
terapeutica preventiva rappresenti "la strategia vincente sia per
il paziente che per la collettività". Nel fiorire delle ipotesi,
una cosa in Regione Lombardia è data per certa: sarà la politica a
suggerire la strada da imboccare in un rebus che le sole valutazioni
economiche sconsiglierebbero di risolvere.
(Fonte: Il Sole 24 Ore)
Sara Todaro |