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Genziana Santapicchio
MILANO – Mascherina sul viso,
guanti sterili monouso, autoclave per la sterilizzazione degli strumenti più
comuni, come le punte del trapano. Quel «marziano» in camice che si china
sulla nostra bocca spalancata impugnando uno strumento che sibila a
trecentomila giri al minuto è certo un professionista attento, oltre che alla
cura dei nostri denti, anche a impedire ogni contaminazione pericolosa. Ma ne
siamo proprio sicuri? Secondo un'indagine Doxa, il 71% degli italiani ha
fiducia nel proprio dentista e lo giudica bravo tecnicamente ed eticamente,
mentre una analoga grande maggioranza (il 70%) è consapevole di essere
esposto al rischio di contrarre malattie durante le cure dentali. Secondo gli
studi più recenti, però, il problema più grave non sta nella prevenzione più
visibile attuata ormai da ogni dentista (solo il 3% riferisce di un non
utilizzo di guanti monouso) ma nel ricambio d'aria dello studio dentistico e
nell'adozione o meno di un blocco strumenti (chiamato «riunito» perché
assomma in sé diverse funzioni riunite) di ultima generazione. Nel corso del
congresso nazionale del Collegio dei docenti di Odontoiatria, in programma a
Roma dal 21 al 24 aprile, saranno questi i punti principali di una sessione
che sarà ripresa e trasmessa contemporaneamente in ben quindici facoltà di
altrettante università italiane. Ne hanno parlato ieri a Milano Giorgio
Nidoli, rappresentante del Collegio dei docenti in Odontoiatria e l'ingegner
Franco Castellini, ricercatore del settore chimico e di igiene applicata. «Il
ricambio d'aria è fondamentale – ha affermato Castellini – per evitare la
contaminazione da un paziente all'altro». E ha spiegato che il dentista,
soffiando aria e acqua nella bocca del paziente provoca la fuoruscita di una
grande quantità di aerosol, sorta di «sternuto» prolungato e continuo, con
micro goccioline di saliva e di sangue, col loro corredo di batteri e virus,
che restano in sospensione se non vengono portate via con un potente impianto
di ricambio d'aria. L'altro problema è, se si vuole, ancora più importante:
«Il trapano moderno – ha spiegato Nidoli – è una turbina che va a
trecentomila giri al minuto e che, attraverso un tubo fa passare un liquido
spray per raffreddarne la punta. Quando si ferma la turbina, però, e lo spray
cessa di uscire, nella tubazione si forma un risucchio che attira dentro
sangue e saliva». Queste sostanze, in parte finiscono nella bocca del
paziente successivo e in parte contribuiscono a creare, nella superficie
interna del tubo, un biofilm che è un vero concentrato batterico e virale e a
lungo andare moltiplica il rischio di contaminazione. Non a caso il virus
dell'epatite è stato trovato nei biofilm formatisi all'interno dei tubi di
molti apparecchi, ai quali si innestano, di norma, punte di trapano certamente
(ma, in questo caso, inutilmente) sterili. Ma queste scoperte sono –
sottolinea Castellini – la punta di un iceberg».
(giovedì 15 aprile 2004)
da Gazzetta del Sud on line
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