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La sentenza (n. 1.547) emessa il 28 gennaio 2004 dalla II
sezione civile della Corte di cassazione farà certamente tirare un sospiro di
sollievo a tutti i medici. Con questo pronunciamento l'Alta corte ha fatto
giustizia di una certa giurisprudenza in base alla quale la decorrenza
decennale dei termini di prescrizione doveva decorrere dal momento in cui il
paziente "si fosse accorto" delle lesioni subite a seguito di un
intervento chirurgico o di una prestazione medica in genere.
Di conseguenza, qualora (anche dopo vent'anni) avesse
ritenuto di aver subìto una lesione a seguito dell'attività di un medico, il
paziente avrebbe potuto adire le vie legali e chiedere i danni. Per la
validità della richiesta, infatti, bastava che non fossero decorsi dieci anni
dal momento della conoscenza. E pertanto, per la precedente giurisprudenza non
aveva alcun rilievo giuridico il periodo in cui l'intervento era stato
effettuato. Il che rendeva possibile iniziare un procedimento civile
nonostante fossero decorsi più di dieci anni creando così non poche
incertezze nei rapporti sociali e anche in quelli fra medico e pazienti.
Vediamo cosa dice la Corte di cassazione. Afferma che la
decorrenza del termine decennale per avanzare una richiesta risarcitoria nei
confronti dei medici inizia dal momento in cui è stata effettuata la
prestazione e ciò perché un diverso termine di inizio produrrebbe l'effetto
di inficiare gravemente la certezza dei rapporti giuridici fra cittadini. E
questo in quanto il dedotto rapporto derivante dalla pretesa responsabilità
del medico per errore professionale o per imprudenza e negligenza resterebbe
di fatto indefinitivamente in vita, con tutte le conseguenze giuridiche
ipotizzabili, contro ogni logica e contro l'esigenza di definizione dei
rapporti entro un tempo ragionevole e determinato, sottese all'istituto della
prescrizione.
Per la Cassazione, in sostanza, va tutelata "in primis"
la certezza dei rapporti giuridici. Tuttavia per meglio comprendere la grande
portata della sentenza è opportuno esaminare la vicenda processuale che ha
dato l'occasione alla Corte di affermare questi principi.
Un uomo di 44 anni faceva causa a un chirurgo riferendosi a
un intervento subìto a 29 anni i cui effetti lesivi e patologici
consequenziali alla prestazione chirurgica errata si sarebbero manifestati,
secondo la sua tesi, solo dopo i 42 anni d'età. Quindi ben 13 anni dopo.
La Cassazione ha spezzato una lancia a favore del chirurgo
stabilendo che la prescrizione per i danni da colpa medica non può decorrere
dal momento in cui il paziente destinatario della prestazione ha avuto
conoscenza delle lesioni, ma deve essere fatto risalire alla data in cui è
stata effettuata la prestazione che si reputa errata per aver essa determinato
delle lesioni e un eventuale aggravamento della patologia.
La Corte, però, non si limita a fare tali affermazioni di
principio. Va oltre, dettando delle indicazioni ai pazienti che ritengano la
prestazione medica o l'intervento subito sbagliato. La Cassazione sostiene che
essi devono essere diligenti e attenti anche nell'attivarsi per effettuare in
fretta tutti gli accertamenti e gli esami diagnostici al fine di verificare e
documentare l'esistenza del presunto danno alla salute conseguente all'opera
del sanitario del quale essi intendono essere risarciti.
I principi di questa importante sentenza dei Supremi giudici
agevoleranno, d'ora in poi, i medici nella ricerca delle prove per contrastare
le richieste risarcitorie nei giudizi contro di loro intentati dai pazienti.
E ciò in quanto, considerato in un periodo di dieci anni dal fatto sarà più
facile reperire sia le documentazioni sanitarie (registri nosologici, cartelle
cliniche e infermieristiche) sia, ai fini di una deposizione testimoniale, i
collaboratori e il personale che coadiuvarono nell'esecuzione della
prestazione. Tali elementi di prova - è facilmente intuibile - non sarebbero
stati di facile accesso e utilizzazione nel caso in cui la prestazione
sanitaria o l'intervento chirurgico siano troppo lontani nel tempo.
fonte: Corriere medico
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