La nuova bozza del secondo ciclo di istruzione rischia di mettere in
discussione i posti di lavoro di chi non fa attività teorica
Ai docenti tecnico-pratici potrebbero essere tagliate le ore di insegnamento
«Ma le nostre materie hanno bisogno di approfondimenti in laboratorio»
L’ombra della riforma Moratti torna a mettere in discussione il lavoro di
centinaia di insegnanti veronesi. Questa volta a sentirsi in disparte, dopo la
pubblicazione dell’ennesima bozza oraria nel secondo ciclo dell’istruzione
statale, in altre parole delle scuole superiori, sono i docenti
tecnico-pratici che sono almeno 250 in tutti gli istituti tecnici e
professionali del territorio scaligero.
Ma alcune figure sono presenti ormai anche in diversi licei. Contraddistinti
nelle classi di concorso di appartenenza dalla lettera «C», i
tecnico-pratici dopo essere stati riordinati come categoria con un apposito
decreto, il numero 39 del ’98, rappresentano ben 52 diverse figure
professionali.
Molte delle quali presenti nella nostra città. Oltre alle esercitazioni di
disegno artistico e quelle di modellismo, giusto per citarne solo alcune, nel
veronese si incontrano quelle dell’arte del legno, fotografia,
odontotecnica, officina meccanica, laboratori di chimica e chimica
industriale, elettronica ed elettrotecnica, fisica applica ed informatica.
Una numero di docenti importanti soprattutto perché contribuiscono a rendere
la scuola un luogo di crescita in cui conseguire abilità pratiche e saper
svolgere manualmente, quindi, delle specifiche mansioni. Eppure l’undicesima
bozza oraria, l’ultima in ordine di tempo emessa dal ministero, sembrerebbe
essersi dimenticata proprio di loro relegando l’ammontare delle ore di
insegnamento, in media un centinaio l’anno per singola classe, soltanto ai
docenti che svolgono attività teorica.
«Esistono le ore di laboratorio ma di noi sembra non esserci più traccia»,
spiega Cinzia Marchesini, docente da cinque anni di laboratorio di
informatica, in servizio quest’anno all’istituto Dal Cero di San Bonifacio
dove lavora insieme ad altri 15 docenti tecnico-pratici.
«Riteniamo di avere un ruolo ben definito nella scuola e di conseguenza di
coadiuvare l’attività dei docenti in classe. Siamo minacciati dal governo
attuale all’estinzione. La cosa peggiore è che nemmeno chi sta decidendo il
nostro futuro sembra sapere realmente chi siamo».
E riprende: «Portiamo nella scuola l’esperienza lavorativa. Permettiamo
agli studenti di acquisire le competenze pratiche della nostra materia,
necessarie per affrontare il mondo del lavoro. L’informatica, ad esempio,
non può essere compresa con delle semplici lezioni teoriche e necessita di
ore di approfondimento in un laboratorio con la presenza sia dell’insegnante
teorico, che può intervenire per quanto riguarda le sue competenze, che dell’insegnante
tecnico pratico che garantisce lo svolgimento di esperienze il più possibile
vicine a quello che i ragazzi troveranno nel mondo del lavoro». Ed è proprio
questa importante compresenza tra docenti, ormai collaudata da anni con esiti
positivi che sembrerebbe ora venir meno, stando almeno ad una certa lettura
della riforma Moratti. «Il danno di una riforma di questo tipo, non riguarda
solamente noi insegnanti, che dopo molti anni dedicati alla crescita dei
ragazzi, rischiamo il posto di lavoro», ha concluso la Marchesini. «Ma anche
dei nostri figli che perderanno la possibilità di una scuola di qualità.
Sappiamo bene che non tutti i ragazzi si aspettano dalla scuola competenze
puramente intellettuali. Molti ragazzi desiderano apprendere anche nozioni
pratiche, al fine di conseguire un diploma che darà loro la possibilità di
inserirsi prima nel mondo del lavoro».
E tra le righe della protesta dei tecnico-pratici, che hanno invitato il
ministro a mettere «in luce» la loro presenza nella scuola, ci sarebbe anche
l’imbarazzante posizione ministeriale nei confronti di questi docenti. Da
tempo, infatti, il Miur ha promesso di attivare ai tecnico-pratici dei
concorsi riservati per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento.
Abilitazione chiaramente inutile se queste figure dovessero trovarsi
costrette, secondo la riforma, a lasciare la scuola.
Roberto Peretti
l'ARENA
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