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In sei mesi perso più di un paziente su tre
I consumatori: abbassino i prezzi «Eravamo una miniera,
ora intervenga il governo».
Le richieste in un dossier
ROMA - Anche i dentisti piangono. Piangono perché nell’Italia della
crisi le famiglie stringono la cinghia e i clienti calano: meno 35 per cento
negli ultimi sei mesi. Piangono perché sono in aumento gli italiani che, pur
di risparmiare, per un ponte o una protesi vanno in Ungheria o in Croazia.
Piangono perché entro fine anno una direttiva aprirà le porte del nostro
Paese ai dentisti dell’Europa a 25, Polonia compresa per farsi un’idea.
Piangono, in realtà, perché il miraggio di quella che negli anni Novanta era
considerata una professione d’oro (molti soldi/poco lavoro), ha attirato
così tante persone che fare affari è ormai un’impresa. Almeno a sentire
loro, che parlano di «sindrome della poltrona vuota».
Dice Roberto Callioni, presidente dell’Andi, l’Associazione
nazionale dentisti italiani: «La crisi economica ha colpito il ceto medio e,
di riflesso, è arrivata a noi: la coppia di impiegati con due figli, lo
zoccolo duro della nostra clientela, a farsi curare non ci viene più». In
realtà i problemi vengono da lontano. Già tra il 1999 e il 2002 i clienti
erano diminuiti del 10 per cento. Allora l’economia tirava e di effetto euro
non si parlava ancora. Cosa era successo? Semplicemente, i dentisti stavano
diventando troppi. Se nel 1992 erano 22 mila oggi sono 53 mila, più del
doppio. Abbiamo un dentista ogni 1.115 abitanti contro uno standard fissato
dall’Organizzazione mondiale della sanità, e rispettato in buona parte del
mondo occidentale, di uno ogni 2 mila. «Negli anni Novanta - spiega il
presidente dell’associazione dentisti - la nostra professione sembrava una
miniera d’oro e tutti hanno cercato di salire sulla barca. E’ mancata una
seria programmazione».
In realtà programmazione c’è stata ma, come dire, flessibile. I
corsi di laurea per diventare dentista sono a numero chiuso: ogni anno possono
entrare 900 studenti in tutta Italia ma fino a pochi anni fa erano ben sopra
quota mille. E poi siamo pur sempre il Paese delle sanatorie: «Fino alla
metà degli anni Ottanta - spiega Maurizio Troiani, segretario del sindacato
odontotecnici - per fare il dentista bastava la laurea in medicina. Quando è
stato creato il corso ad hoc, molti laureati hanno fatto ricorso, a questi si
sono poi aggiunti quelli che non riuscivano a passare con il numero chiuso. E
di tanto in tanto ci ha pensato la politica con una bella sanatoria
elettorale». Si calcola che in questo modo siano entrate nella professione
almeno 3 mila persone.
Ora i dentisti chiedono aiuto al governo. Oggi a Roma hanno organizzato
il Dental day, un convegno in cui proporranno di alzare il tetto del 19 per
cento per la somma che il paziente può scaricare dalle tasse. Ma alla parola
tasse bisogna fermarsi un attimo. I dentisti sono stati sempre considerati tra
i soggetti a maggior rischio evasione fiscale. Solo nel 1995 - quando i
controlli si concentrarono su di loro - la Guardia di finanza scoprì 70
miliardi di lire non dichiarati. Secondo uno studio del Censis, il 15 per
cento non rilascia ricevute, valore che sale al 27,7 per cento secondo l’Istituto
di ricerche economiche e sociali. «Qualche evasore ci sarà - commenta il
presidente dell’associazione dentisti - ma meno che nelle altre professioni
visto che le nostre parcelle, a differenza di quelle di avvocati e
commercialisti, sono in parte detraibili».
Carlo Rienzi - presidente dell’associazione dei consumatori Codacons
- ha il coraggio di dire quello che molto si limitano a pensare: «La verità
è che questi signori hanno due tariffari: uno senza ricevuta e con lo sconto,
l’altro con ricevuta e a prezzo pieno. Considerando anche il sommerso non
credo che la situazione sia così drammatica, ma era ora che la crisi colpisse
anche loro. Speriamo che vengano a più miti consigli e abbassino prezzi.
Vedranno come la gente tornerà da loro».
Lorenzo Salvia
Il Corriere della sera 06 luglio 2005
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