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Tanto tuonò che piovve. E ora corrono tempi duri anche perle aziende
produttrici di dispositivi medici. Le lamentele della vecchia Cud, scaduta a
ottobre e appena rinnovata dal ministro della Salute, Francesco Storace, hanno
lasciato il segno.
La polpetta avvelenata è comparsa all’improvviso tra le modifiche approvate
in commissione Bilancio, alla Camera, ed è stata immediatamente recepita nel
maxi emendamento del Governo che oggi chiamiamo Finanziaria 2006.
Lustro rafforzato per la Commissione gemella della ex-Cuf – che sarà
consultata su ogni questione concernente i dispositivi medici – e paletti
freschissimi in arrivo per il variegato e imperscrutabile universo dei
dispositivi.
Come i loro cugini farmaci saranno imbrigliati in una classificazione,
passeranno sotto le forche caudine di un repertorio ufficiale Ssn, avranno
l’obbligo di dichiarare e dichiarasi, e pagheranno per farlo. A scatenare il
tornado è un comma soltanto – il 414 – della finanziaria 2006 che affida a un
decreto salute prossimo venturo il compito di adottare la classificazione
ricevuta in eredità dalla vecchia Cud, fissare i criteri di aggiornamento e
gestione nell’ambito del database ministeriale di un repertorio generale dei
dispositivi, individuare quelli da sottoporre a misure cautelative in caso di
incididenti, fissare le modalità del monitoraggio di spesa da parte delle Asl,
il cui mancato invio farà dscattar4e da parte delle regioni le rappresagli per
omesso monitoraggio nei confronti del Dg.
Sarà lo stesso provvedimento a fissare la data a partire dalla quale l’Ssn
potrà acquistare, usare o dispensare solo i dispositivi contenuti nel
repertorio della salute. Immediatamente operativa invece la norma che
assoggetta le aziende dei dispositivi allo stesso trattamento già vigente per
le farmaceutiche: obolo nelle casse della salute corrispondente al 5% delle
spese promozionali sostenute l’anno prima; tassa di 100 euro per ogni
dispositivo inserito nel database ministeriale. E nessuna possibilità di fuga:
l’omessa comunicazione farà scattare bene che vada multe che vanno da 2500 a
15.000 euro.
In omaggio a un vecchio Dlgs (46/1997).
Misure scarsamente digeribili per le aziende, la cui reazione non si è
ovviamente fatta attendere. Sorpresa e indignata Assobiomedica ha definito
particolarmente “pesante e contraddittoria con la vocazione del settore”
soprattutto la norma che assoggetta ogni inserimento nel repertorio nazionale
dei dispositivi medici a una tariffa di 100 euro in relazione alla quale le
imprese potrebbero trovarsi a dover versare svariate decine di milioni di euro
l’anno. “La speranza- dice il presidente Angelo Fracassi- è che il decreto
attuativo necessario a rendere chiara l’interpretazione della finanziaria sia
impostato secondo principi di ragionevolezza, affinchè non si soffochi un
settore così strategico per la sanità”.
Il sole 24 ore sanità
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