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Quando sostituire i denti naturali con un impianto? A dare una risposta, oltre
alle moderne tecnologie, saranno le prime linee guida italiane in questo
settore
Ogni anno in Italia negli studi dei dentisti vengono eseguiti circa 1 milione
di impianti orali. Il Paese detiene il primato mondiale, insieme alla Svezia:
45 impianti (radici in titanio e denti in ceramica) ogni 10 mila abitanti.
In Europa, Stati Uniti e Giappone le persone che hanno mandato in soffitta il
vecchio ponte o la protesi mobile sono 5 milioni, quelle candidabili
all'intervento 45 milioni.
Dagli esordi, una cinquantina d'anni fa, sono stati fatti grandi passi: gli
impianti hanno un'affidabilità del 95 per cento a dieci anni dall'intervento.
La tecnologia offre un ampio ventaglio di possibilità, sia funzionali, per una
corretta masticazione, sia estetiche. «E la ricerca continua a fare notevoli
progressi, dalla chirurgia mininvasiva alla riduzione delle dimensioni degli
impianti e dei tempi di trattamento» riassume Denis Cecchinato, presidente
della Società italiana di osteointegrazione (Sio).
Non mancano potenziali problemi, secondo gli stessi esperti: nella pratica
clinica da un lato si assiste a una sorta di accanimento terapeutico nei
confronti di un dente naturale ammalato, che si tenta di salvare a tutti i
costi anche quando, probabilmente, non ne varrebbe più la pena; dall'altro
aumentano le applicazioni di impianti senza che vi siano sufficienti evidenze
scientifiche (in Italia almeno il 50 per cento dei 52 mila odontoiatri pratica
l'implantologia).
Proprio di questi argomenti si discute il 10 e 11 febbraio al congresso
della Società italiana di osteointegrazione, che riunisce a Padova circa un
migliaio di odontoiatri.
Tra gli obiettivi, redigere le prime linee guida italiane, che servano da
modello di riferimento per l'implantologia orale.
Quali sono, per esempio, le indicazioni valide per decidere quando
effettuare un impianto, o quando al contrario conviene salvare un dente? «Per
prima cosa occorre confrontare le caratteristiche anatomo-fisiologiche del
dente naturale rispetto a quelle dell'impianto, il trattamento della patologia
di denti naturali gravemente compromessi rispetto alla loro sostituzione, la
riabilitazione e l'ancoraggio di protesi su denti naturali rispetto a quella
su impianti» risponde Cecchinato.
Una volta chiariti tutti questi aspetti, è possibile optare per soluzioni
sempre più personalizzate. Il medico è in grado di scegliere il tipo di
impianto e il metodo chirurgico più adatto per ciascun paziente, di valutare
al millimetro lo spessore osseo, di decidere al computer numero e inclinazione
delle viti, di realizzare una copia tridimensionale dell'arcata dentale e
ricavarne un modello su cui progettare l'intervento e la protesi. Tutti
elementi che permettono di mettere a punto gli impianti a carico immediato,
ovvero inseriti entro 24 ore: un paziente entra nello studio dentistico con la
protesi mobile e ne esce lo stesso giorno con una fissa.
Non solo.
Quando (accade in una persona su tre) l'osso è di qualità o quantità (come
spessore e altezza) scarse, si può prelevare un frammento osseo dall'anca,
dalla tibia o dal mento del paziente e innestarlo dove manca: eventualmente
aggiungendo gel contenenti piastrine (del paziente o sintetiche) concentrate
come fattori di crescita, o inserendo frammenti di osso bovino o suino
deproteinizzato.
Allo studio c'è anche la possibilità di impiantare le viti senza incidere la
gengiva, prelevandone solo piccoli frammenti, in quantità sufficiente a far
posto alla finta radice.
Da PANORAMA
di Claudia Boselli
20/2/2006
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