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Questa volta sanità pubblica non fa rima con sanità sicura. Lo
sa bene il signor Giorgio Bernardini, romano, 67 anni: nel 2004 si è rivolto
all'ospedale "Sandro Pertini" perché gli impiantassero protesi dentarie fisse,
sopra e sotto. Siamo oltre la metà del 2006 e non ha ancora risolto il
problema. Anzi, si è complicato e anche di molto.
Tanto per farsi un'idea: una volta il signor Bernardini era un tipo sereno,
ora non passa giorno che non si disperi guardandosi davanti allo specchio. Di
mestiere fa il giudice tributario a Roma: deve avere la mente sgombera da
angosce e deve farsi capire quando parla in aula e legge un provvedimento. E
invece fa fatica a non pensare al guaio che lo assilla e a scandire le parole
che dice in pubblico. Insomma, gli è cambiata la vita e in peggio. Il 14
luglio 2004, dopo soltanto una lastra radiologica panoramica alla bocca, i
chirurghi del Pertini asportano al signor Bernardini cinque denti dell'arcata
superiore e altrettanti di quella inferiore, e ne impiantano quattro per parte
sui quali il chirgurgo impiantologo nella parte posteriore sistema due
barrette sulle quali ancora le due protesi provvisorie in attesa che sia
pronto il lavoro definitivo.
È fatta, pensa il giudice. Ha evitato di sentire le solite assicurazioni:
"Vai da quello, è bravo", oppure "Rivolgiti a lui, in questo campo è il
migliore". L'operazione è delicata, Bernardini ha preferito andare dritto
all'ospedale, staccare un assegno di quasi quindicimila mila euro, affidarsi a
strutture più attrezzate ed evitare possibili complicazioni dal dentista in
privato, per ricominciare a masticare e ridere sicuro e senza imbarazzi. Vero?
Per Bernardini invece i bocconi amari sono cominciati subito: prova dolore e i
due apparecchi si muovono. Ma non c'è problema, dicono al Pertini.
Nell'ottobre del 2004 gli rifanno le protesi provvisorie. Però ancora non ci
siamo: le gengive si irritano e le ossa cominciano letteralmente a logorarsi,
a consumarsi. Per l'ennesima volta i medici ospedalieri consolano Bernardini e
gli dicono che dalla Germania stanno aspettando uno speciale cemento per
denti. Roba super.
Il prodotto arriva ma anche la brutta sorpresa: mentre Bernardini sta
mangiando a tavola al ristorante con alcuni suoi colleghi di lavoro la protesi
gli cade nel piatto. È la goccia (o il tonfo) che fa traboccare il vaso. Il
giudice capisce che deve cominciare a difendersi. Scrive una lettera al
direttore dell'ambulatorio di Odontoiatria e chirugia maxillo-facciale
dell'ospedale Pertini, il professor Leonardo Calabrese. Ripete la sua storia e
chiede spiegazioni: gli interventi eseguiti non rischiano "nel tempo di
pregiudicare la stabilità degli impianti, attesa la continua sollecitazioni
cui sono osttoposti ogni volta deve rimuovere le protesi? Attendo risposta
scritta".
Non arriverà mai. Nel giugno 2005 le cose precipitano. Al giudice vengono
tolti gli impianti provvisori. Un altro chirurgo del Pertini cambia la
barretta nell'arcata di sotto e la protesi mobile superiore. In dicembre
Bernardini chiede un consulto presso l'ambulatorio chirurgico ospedaliero.
Ritentare l'intervento, gli dicono, non garantisce buoni risultati. Il giudice
preoccupato scrive allora alla dirigente sanitaria del Pertini, la dottoressa
Piscioneri, e al suo legale di fiducia. Altro silenzio. Il 13 febbraio di
quest'anno altra lettera di chiarimenti alla Piscioneri e ancora silenzio.
A questo punto il giudice è troppo disperato e troppo sofferente per
mollare. Si presenta di filato dal direttore sanitario della Asl Roma B, Mario
D'Urso. Da lui ottiene un minimo di considerazione: una lettera in cui D'Urso
scrive all'équipe chirugica che ha messo mano nella bocca del giudice
chiedendo come si sia arrivati a questo punto e che cosa si possa fare adesso.
Sintesi della risposta arrivata 15 giorni dopo: "Le protesi si possono
ottimizzare, i dolori stanno regredendo, il paziente conferma". Gli atti
legali del signor Bernardini dicono il contrario.
Il Tempo |