Odontotecnici.net il portale dell'odontotecnicoAssociazione Artigiani della Provincia di Vicenza

 Home   

   

 

Scegli come homepage!

Chi Siamo

Sindacale

Legislazione

Prezzi
   Informativi

Link

Domande

Pag. regionali

 Forum

 Comunicati
    Fenaodi

 GLI SPECIALI:  
    93/42  
    Legge Privacy  
    Sicurezza

    Corsi ECM

  

forum odontotecnico

 
 
 
 
 
 
 
 

   

11/06/2007  Franco Cuccurullo. Manager a tutto campus.

Pagina precedente
Gentili colleghi,

Siamo spesso portati, un po’ per il fatto di operare e vivere in questo nostro Paese bellissimo ma pieno di contrasti e un po’ per cercare di semplificare le cose, ad identificare come fonte delle nostre gioie lavorative  e dei nostri dolori le “istituzioni”, che siano rappresentate dallo Stato o dal Ministero di turno.
Le persone che stanno dietro alle decisioni politiche, alle leggi che regolamentano il nostro settore, restano in realtà per la maggior parte sconosciute: ci è ignoto il loro ruolo negli organismi pubblici e ci è indifferente la loro storia professionale.
Questa non conoscenza di coloro che sono i nostri interlocutori a livello legislativo costituisce un grosso ostacolo nei rapporti tra le controparti perché è fonte di incomprensioni e preconcetti che limitano quella collaborazione che in alcuni contesti sarebbe possibile ed auspicabile.
Per questo motivo, grazie ad una segnalazione di Confartigianato Odontotecnici, abbiamo recuperato un articolo pubblicato in una rivista abruzzese e dedicato a Franco Cuccurullo. Il nome può non significare molto per alcuni di noi, ma questo medico, rettore universitario, presidente del Consiglio superiore di sanità è una figura importantissima per l’evoluzione del profilo professionale dell’odontotecnico.
Il nostro è un tentativo per cercare di “umanizzare” le istituzioni, presentando gli uomini che stanno dentro ad esse, con lo scopo di comprendere quali sono gli strumenti più idonei per poter interloquire con loro in modo costruttivo e, per quanto possibile, senza contrapposizioni frutto di vecchi schemi.

 

Franco Cuccurullo. Manager a tutto campus.

Di Sergio D’Agostino
Tratto da “Vario” Abruzzo n°61 maggio 2007

Da rettore della “d’Annunzio” a protagonista degli scenari nazionali della sanità: il percorso di un medico corteggiato dalla politica che non rinuncia alla sua autonomia. E alla battaglia per i valori etici in cui crede.

Lui modestamente si definisce “un tecnico”. Un tecnico della salute. Un tecnico che però la politica e i più alti livelli costituzionali ascoltano e corteggiano per le indubbie capacità che ha saputo manifestare ogni volta che è stato messo alla prova. Per la discrezione e la pacatezza che ha saputo sfoderare anche nei momenti più difficili, di fronte a scelte e decisioni su materie esplosive per definizione, come i temi etici o il rapporto tra ricerca ed evoluzione del diritto. Un tecnico abituato a guardare la politica con rispetto, ma pure con una certa dose di disincanto, senza farsi ammaliare dal canto delle sirene che strega i più inesperti. Un tecnico che tenta di percorrere, in modo originale, il sentiero accidentato del “non allineamento” proprio dove l’appartenenza è merce quotidiana. Un tecnico bipartisan, pronto nel caso a far ricorso al suo bagaglio di valori etici e alla propria autonomia come manuale di sopravvivenza quotidiana nei corridoi insidiosi del potere. Così geloso della sua autonomia da averci immolato il rapporto con un potente ministro della Salute. O da dispensare una sola citazione una per un politico, e perdipiù non un politico qualsiasi: il presidente del Senato Franco Marini, cioè un “vero leader”.
Franco Cuccurullo, sessantaquattrenne, è ordinario di Medicina interna, al quarto mandato come Rettore dell’università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara appartiene di diritto alla galleria di quelli che – come si usa dire – hanno spiccato il volo. Il ministro della Salute, Livia Turco, lo ha voluto sulla poltrona più alta di quel Consiglio superiore della Sanità da cui se n’era andato nel 2004, sbattendo la porta, all’epoca di un altro ministro, Girolamo Sirchia. Per capire il rango dell’organismo, basta un paragone: il Consiglio superiore della sanità sta alla gestione della salute nazionale grosso modo come il Consiglio superiore della magistratura sta alla gestione degli affari giudiziari. Un organismo che conta, che ha prestigio, che affianca ministro e parlamento nella gestione del complesso pianeta sanitario nella sua dimensione globale: ospedalità, terapie, problemi etici. Un organismo, oltretutto, che affonda la propria credibilità in una storia pluricentenaria (lo ha fondato nel 1847 Carlo Alberto, affinché “vegliasse all’esercizio della medicina e della chirurgia, non che dell’ostetricia, della flebotomia e della farmacia”) e nella galleria di personaggi che hanno fatto la storia della medicina italiana, tutti illustri predecessori dell’ex preside di Medicina sullo scranno più nobile: scienziati come Camillo Golgi, luminari alla Pietro Valdoni. L’approdo alla presidenza, che durerà fino al 2009, completa (per ora, almeno) un percorso che ha portato in altre epoche, ed in altri momenti, il Rettore della d’Annunzio a ricoprire ruoli di prestigio, sempre nel campo della sanità pubblica. «In realtà il mio – dice – è stato un ritorno, perché nasco come un uomo della sanità. Ho avuto vari incarichi, a partire da quello nella commissione unica del farmaco nel “dopo Duilio Poggiolini”: fu un periodo terribile, avevamo la Guardia di Finanza alle calcagna, voleva sapere se ricevessimo pressioni dall’industria farmaceutica».
Battezzato nel fuoco del filone “salute” del dopo tangentopoli, chiamato al capezzale del ministero per riparare i guasti provocati da quello che i giornali dell’epoca definirono il “re Mida della sanità”, il potente dirigente che “trasformava gli sciroppi in oro”, Cuccurullo è arrivato così alla prima nomina in Consiglio: «Nel ’97 sono stato chiamato a farne parte, e a presiederne la seconda commissione, che è la più importante: uno snodo che si occupa delle professioni sanitarie, dell’ospedalità pubblica e privata. Sono rimasto a ricoprire l’incarico per molti anni, fino al 2004, quando sono andato via per una divergenza con l’allora ministro Sirchia. Il dissenso nacque sulle linee guida per la redazione della legge 40: una grossa divergenza non tanto nei contenuti, quanto nella forma. Doveva essere salvaguardata l’autonomia decisionale del Consiglio: la frattura si rivelò insanabile, e così ho lasciato».
I primi passi nel Consiglio hanno fatto il paio con un altro incarico, pure di enorme delicatezza: la presidenza del Comitato etico nazionale nato per passare sotto la lente d’ingrandimento la cosiddetta “terapia Di Bella” cioè la cura anticancro messa a punto da un medico modenese diventato, forse suo malgrado, simbolo della libertà di cura: nella seconda metà degli anni Novanta (ministro della Salute Rosy Bindi) divise in due l’Italia tra Guelfi e Ghibellini, rossi e neri, favorevoli e contrari. Fomentò contrasti roventi anche in campo politico, indisse allo schieramento legioni di opinionisti, inaugurò la stagione di una magistratura interventista anche nelle sale operatorie, più camici bianchi che toghe. Soprattutto sbattè impietosamente sotto gli occhi di tutti la trafila dolorosa di tanti malati senza futuro, di chi si attacca all’ultima chance per non perdere anche l’ultima delle speranze: «Seguimmo la sperimentazione che era stata decisa per validare la terapia Di Bella, ma il nostro lavoro non sortì effetti positivi. Dovemmo analizzare i risultati della sperimentazione, ma l’esito purtroppo fu negativo» ripercorre ora Cuccurullo.
Il fuoco del dibattito sulla terapia anticancro, dopo le fiamme del post-tangentopoli, convinsero i più che proprio quel professore dai natali bolognesi e un po’ d’Abruzzo nelle vene («Mia madre è di Avezzano»), prudente nei modi ma inflessibile nella sostanza, fosse la persona più adatta a navigare con successo e perizia nelle acque tempestose della sanità italiana. Meglio ancora se in un ruolo di gestione, dove la politica restasse sullo sfondo: poco invasiva, per dirla da medici.
La generale considerazione che circonda il suo ruolo di primo piano nel mondo della salute, Franco Cuccurullo è riuscito a doppiarla in un settore attiguo, guadagnando altre benemerenze: la ricerca. Stavolta nelle vesti di presidente (incarico tuttora ricoperto) del Comitato di indirizzo per la ricerca, il “Civr”. «Sotto la mia presidenza ha condotto il primo esercizio di valutazione sullo stato della ricerca in Italia. Un’operazione ciclopica, che ha coinvolto 102 strutture, tra cui tutti gli atenei pubblici e privati, Cnr, Enea, Infn e Infm. Che ha valutato 18.500 prodotti della ricerca utilizzando una rete di esperti nazionali ed internazionali, oltretutto con costi assai contenuti. Appena tre milioni e mezzo di euro, contro i 30 milioni di sterline spesi nel Regno Unito per un’analoga iniziativa, e questo grazie all’uso di un sistema telematico sofisticatissimo, che ha permesso di risparmiare sui costi esorbitanti delle riunioni “in presenza”».
Il rientro dalla porta principale nel Consiglio superiore della sanità, e sulla sedia più alta, è coinciso con i clamori suscitati pochi mesi fa dal caso di Piero Welby, il malato terminale di distrofia muscolare che ha chiesto pubblicamente di poter essere aiutato a morire, arrivando perfino a scrivere al presidente della Repubblica, e investire del suo caso le procure di mezza Italia.
Dunque dopo la terapia anticancro, un’altra spina per Cuccurullo. Stavolta lungo quel crinale che accomuna e divide, accosta e separa, dentro un cerchio dal perimetro strettissimo, concetti come l’accanimento terapeutico e i diritti del paziente, il testamento biologico e il consenso informato. Fino ad avvicinare, e quasi sfiorare, il tabù-eutanasia. Dice: «Il Consiglio era fermo da un anno, non si era più riunito. Quello di Welby è un caso che ha scosso fortemente l’opinione pubblica: sono stato chiamato di fronte alle commissioni riunite del parlamento, cui ho rimesso un parere mio e del Consiglio. Al di là di quanto messo nero su bianco, posso dire che c’è davvero grande confusione… L’accanimento, come spiega lo stesso termine, è a mio modo di vedere un reato, una prevaricazione della volontà. La regola deve essere quella del rispetto del malato. Però, omologare l’accanimento ad altre pratiche rischia di generare errori clamorosi. Un limite semmai è nelle leggi attuali, che sono quelle che sono: al di là dell’aspetto deontologico, le norme devono essere più esplicite, tutelare il paziente in modo più rigoroso. Ho invece la sensazione che ciò oggi non avvenga in modo chiaro».
Dai temi eticamente sensibili alla ricerca e alle sue libertà il passo è breve. Più lunga invece è la distanza che separa Franco Cuccurullo – forse anche per ragioni istituzionali, legate alle prospettive e all’immagine dell’ateneo che guida con successo, e che come lui stesso ammette «ha fortemente contribuito a piazzarlo sotto la luce dei riflettori» – da certi luoghi comuni: come il tema dei cervelli dati in perenne fuga dall’Italia. Così, nulla meglio di una raffica di domande per spiegare il senso della risposta: «Siamo sicuri che a fuggire siano sempre i migliori? E chi rimane come dobbiamo considerarlo: uno stupido, un incapace? E quanti dei fuoriusciti ritornano per trasferire ciò che hanno imparato? La verità è che la mobilità dei ricercatori ha una valenza strategica, non è un male. Scambi, confronti e interazioni alimentano il trasferimento continuo di tecnologie e conoscenze: si esce per imparare e si torna per radicare ciò che si è imparato. Einstein, nato a Ulm, insegnò a Praga, morì a Princeton, ma mantenne la cittadinanza svizzera per tutta la vita. La sua mobilità ha giovato o nuociuto? Sapere dove sia nato importa veramente poco». Ed allora, nessuno si stupisca se uno con queste idee abbia intitolato “l’università delle avanguardie” la sua prolusione in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico: «Noi dobbiamo procedere con la consapevolezza del nostro passato più recente e della nostra storia, ma senza eccessive nostalgie. Non ho mai condiviso l’atteggiamento tolemaico dell’università, la sua sacralità conservatrice. Preferisco le avanguardie alle icone bizantine, mi piace affermare che vivo nel presente. Solo quando mi distraggo guardo indietro».


  In archivio sono presenti centinaia di articoli, cerca l'argomento che ti interessa con questa funzione di ricerca  (clicca qui)