Gentili colleghi,
Siamo spesso portati, un po’ per il fatto di operare e vivere in questo
nostro Paese bellissimo ma pieno di contrasti e un po’ per cercare di
semplificare le cose, ad identificare come fonte delle nostre gioie lavorative
e dei nostri dolori le “istituzioni”, che siano rappresentate dallo Stato o
dal Ministero di turno.
Le persone che stanno dietro alle decisioni politiche, alle leggi che
regolamentano il nostro settore, restano in realtà per la maggior parte
sconosciute: ci è ignoto il loro ruolo negli organismi pubblici e ci è
indifferente la loro storia professionale.
Questa non conoscenza di coloro che sono i nostri interlocutori a livello
legislativo costituisce un grosso ostacolo nei rapporti tra le controparti
perché è fonte di incomprensioni e preconcetti che limitano quella
collaborazione che in alcuni contesti sarebbe possibile ed auspicabile.
Per questo motivo, grazie ad una segnalazione di Confartigianato
Odontotecnici, abbiamo recuperato un articolo pubblicato in una rivista
abruzzese e dedicato a Franco Cuccurullo. Il nome può non significare molto
per alcuni di noi, ma questo medico, rettore universitario, presidente del
Consiglio superiore di sanità è una figura importantissima per l’evoluzione
del profilo professionale dell’odontotecnico.
Il nostro è un tentativo per cercare di “umanizzare” le istituzioni,
presentando gli uomini che stanno dentro ad esse, con lo scopo di comprendere
quali sono gli strumenti più idonei per poter interloquire con loro in modo
costruttivo e, per quanto possibile, senza contrapposizioni frutto di vecchi
schemi.
Franco Cuccurullo. Manager a tutto campus.
Di Sergio D’Agostino
Tratto da “Vario” Abruzzo n°61 maggio 2007
Da rettore della “d’Annunzio” a protagonista degli scenari nazionali della
sanità: il percorso di un medico corteggiato dalla politica che non rinuncia
alla sua autonomia. E alla battaglia per i valori etici in cui crede.
Lui modestamente si definisce “un tecnico”. Un tecnico della salute. Un
tecnico che però la politica e i più alti livelli costituzionali ascoltano e
corteggiano per le indubbie capacità che ha saputo manifestare ogni volta che
è stato messo alla prova. Per la discrezione e la pacatezza che ha saputo
sfoderare anche nei momenti più difficili, di fronte a scelte e decisioni su
materie esplosive per definizione, come i temi etici o il rapporto tra ricerca
ed evoluzione del diritto. Un tecnico abituato a guardare la politica con
rispetto, ma pure con una certa dose di disincanto, senza farsi ammaliare dal
canto delle sirene che strega i più inesperti. Un tecnico che tenta di
percorrere, in modo originale, il sentiero accidentato del “non allineamento”
proprio dove l’appartenenza è merce quotidiana. Un tecnico bipartisan, pronto
nel caso a far ricorso al suo bagaglio di valori etici e alla propria
autonomia come manuale di sopravvivenza quotidiana nei corridoi insidiosi del
potere. Così geloso della sua autonomia da averci immolato il rapporto con un
potente ministro della Salute. O da dispensare una sola citazione una per un
politico, e perdipiù non un politico qualsiasi: il presidente del Senato
Franco Marini, cioè un “vero leader”.
Franco Cuccurullo, sessantaquattrenne, è ordinario di Medicina interna, al
quarto mandato come Rettore dell’università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara
appartiene di diritto alla galleria di quelli che – come si usa dire – hanno
spiccato il volo. Il ministro della Salute, Livia Turco, lo ha voluto sulla
poltrona più alta di quel Consiglio superiore della Sanità da cui se n’era
andato nel 2004, sbattendo la porta, all’epoca di un altro ministro, Girolamo
Sirchia. Per capire il rango dell’organismo, basta un paragone: il Consiglio
superiore della sanità sta alla gestione della salute nazionale grosso modo
come il Consiglio superiore della magistratura sta alla gestione degli affari
giudiziari. Un organismo che conta, che ha prestigio, che affianca ministro e
parlamento nella gestione del complesso pianeta sanitario nella sua dimensione
globale: ospedalità, terapie, problemi etici. Un organismo, oltretutto, che
affonda la propria credibilità in una storia pluricentenaria (lo ha fondato
nel 1847 Carlo Alberto, affinché “vegliasse all’esercizio della medicina e
della chirurgia, non che dell’ostetricia, della flebotomia e della farmacia”)
e nella galleria di personaggi che hanno fatto la storia della medicina
italiana, tutti illustri predecessori dell’ex preside di Medicina sullo
scranno più nobile: scienziati come Camillo Golgi, luminari alla Pietro
Valdoni. L’approdo alla presidenza, che durerà fino al 2009, completa (per
ora, almeno) un percorso che ha portato in altre epoche, ed in altri momenti,
il Rettore della d’Annunzio a ricoprire ruoli di prestigio, sempre nel campo
della sanità pubblica. «In realtà il mio – dice – è stato un ritorno, perché
nasco come un uomo della sanità. Ho avuto vari incarichi, a partire da quello
nella commissione unica del farmaco nel “dopo Duilio Poggiolini”: fu un
periodo terribile, avevamo la Guardia di Finanza alle calcagna, voleva sapere
se ricevessimo pressioni dall’industria farmaceutica».
Battezzato nel fuoco del filone “salute” del dopo tangentopoli, chiamato al
capezzale del ministero per riparare i guasti provocati da quello che i
giornali dell’epoca definirono il “re Mida della sanità”, il potente dirigente
che “trasformava gli sciroppi in oro”, Cuccurullo è arrivato così alla prima
nomina in Consiglio: «Nel ’97 sono stato chiamato a farne parte, e a
presiederne la seconda commissione, che è la più importante: uno snodo che si
occupa delle professioni sanitarie, dell’ospedalità pubblica e privata. Sono
rimasto a ricoprire l’incarico per molti anni, fino al 2004, quando sono
andato via per una divergenza con l’allora ministro Sirchia. Il dissenso
nacque sulle linee guida per la redazione della legge 40: una grossa
divergenza non tanto nei contenuti, quanto nella forma. Doveva essere
salvaguardata l’autonomia decisionale del Consiglio: la frattura si rivelò
insanabile, e così ho lasciato».
I primi passi nel Consiglio hanno fatto il paio con un altro incarico, pure di
enorme delicatezza: la presidenza del Comitato etico nazionale nato per
passare sotto la lente d’ingrandimento la cosiddetta “terapia Di Bella” cioè
la cura anticancro messa a punto da un medico modenese diventato, forse suo
malgrado, simbolo della libertà di cura: nella seconda metà degli anni Novanta
(ministro della Salute Rosy Bindi) divise in due l’Italia tra Guelfi e
Ghibellini, rossi e neri, favorevoli e contrari. Fomentò contrasti roventi
anche in campo politico, indisse allo schieramento legioni di opinionisti,
inaugurò la stagione di una magistratura interventista anche nelle sale
operatorie, più camici bianchi che toghe. Soprattutto sbattè impietosamente
sotto gli occhi di tutti la trafila dolorosa di tanti malati senza futuro, di
chi si attacca all’ultima chance per non perdere anche l’ultima delle
speranze: «Seguimmo la sperimentazione che era stata decisa per validare la
terapia Di Bella, ma il nostro lavoro non sortì effetti positivi. Dovemmo
analizzare i risultati della sperimentazione, ma l’esito purtroppo fu
negativo» ripercorre ora Cuccurullo.
Il fuoco del dibattito sulla terapia anticancro, dopo le fiamme del
post-tangentopoli, convinsero i più che proprio quel professore dai natali
bolognesi e un po’ d’Abruzzo nelle vene («Mia madre è di Avezzano»), prudente
nei modi ma inflessibile nella sostanza, fosse la persona più adatta a
navigare con successo e perizia nelle acque tempestose della sanità italiana.
Meglio ancora se in un ruolo di gestione, dove la politica restasse sullo
sfondo: poco invasiva, per dirla da medici.
La generale considerazione che circonda il suo ruolo di primo piano nel mondo
della salute, Franco Cuccurullo è riuscito a doppiarla in un settore attiguo,
guadagnando altre benemerenze: la ricerca. Stavolta nelle vesti di presidente
(incarico tuttora ricoperto) del Comitato di indirizzo per la ricerca, il “Civr”.
«Sotto la mia presidenza ha condotto il primo esercizio di valutazione sullo
stato della ricerca in Italia. Un’operazione ciclopica, che ha coinvolto 102
strutture, tra cui tutti gli atenei pubblici e privati, Cnr, Enea, Infn e Infm.
Che ha valutato 18.500 prodotti della ricerca utilizzando una rete di esperti
nazionali ed internazionali, oltretutto con costi assai contenuti. Appena tre
milioni e mezzo di euro, contro i 30 milioni di sterline spesi nel Regno Unito
per un’analoga iniziativa, e questo grazie all’uso di un sistema telematico
sofisticatissimo, che ha permesso di risparmiare sui costi esorbitanti delle
riunioni “in presenza”».
Il rientro dalla porta principale nel Consiglio superiore della sanità, e
sulla sedia più alta, è coinciso con i clamori suscitati pochi mesi fa dal
caso di Piero Welby, il malato terminale di distrofia muscolare che ha chiesto
pubblicamente di poter essere aiutato a morire, arrivando perfino a scrivere
al presidente della Repubblica, e investire del suo caso le procure di mezza
Italia.
Dunque dopo la terapia anticancro, un’altra spina per Cuccurullo. Stavolta
lungo quel crinale che accomuna e divide, accosta e separa, dentro un cerchio
dal perimetro strettissimo, concetti come l’accanimento terapeutico e i
diritti del paziente, il testamento biologico e il consenso informato. Fino ad
avvicinare, e quasi sfiorare, il tabù-eutanasia. Dice: «Il Consiglio era fermo
da un anno, non si era più riunito. Quello di Welby è un caso che ha scosso
fortemente l’opinione pubblica: sono stato chiamato di fronte alle commissioni
riunite del parlamento, cui ho rimesso un parere mio e del Consiglio. Al di là
di quanto messo nero su bianco, posso dire che c’è davvero grande confusione…
L’accanimento, come spiega lo stesso termine, è a mio modo di vedere un reato,
una prevaricazione della volontà. La regola deve essere quella del rispetto
del malato. Però, omologare l’accanimento ad altre pratiche rischia di
generare errori clamorosi. Un limite semmai è nelle leggi attuali, che sono
quelle che sono: al di là dell’aspetto deontologico, le norme devono essere
più esplicite, tutelare il paziente in modo più rigoroso. Ho invece la
sensazione che ciò oggi non avvenga in modo chiaro».
Dai temi eticamente sensibili alla ricerca e alle sue libertà il passo è
breve. Più lunga invece è la distanza che separa Franco Cuccurullo – forse
anche per ragioni istituzionali, legate alle prospettive e all’immagine
dell’ateneo che guida con successo, e che come lui stesso ammette «ha
fortemente contribuito a piazzarlo sotto la luce dei riflettori» – da certi
luoghi comuni: come il tema dei cervelli dati in perenne fuga dall’Italia.
Così, nulla meglio di una raffica di domande per spiegare il senso della
risposta: «Siamo sicuri che a fuggire siano sempre i migliori? E chi rimane
come dobbiamo considerarlo: uno stupido, un incapace? E quanti dei fuoriusciti
ritornano per trasferire ciò che hanno imparato? La verità è che la mobilità
dei ricercatori ha una valenza strategica, non è un male. Scambi, confronti e
interazioni alimentano il trasferimento continuo di tecnologie e conoscenze:
si esce per imparare e si torna per radicare ciò che si è imparato. Einstein,
nato a Ulm, insegnò a Praga, morì a Princeton, ma mantenne la cittadinanza
svizzera per tutta la vita. La sua mobilità ha giovato o nuociuto? Sapere dove
sia nato importa veramente poco». Ed allora, nessuno si stupisca se uno con
queste idee abbia intitolato “l’università delle avanguardie” la sua
prolusione in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico: «Noi dobbiamo
procedere con la consapevolezza del nostro passato più recente e della nostra
storia, ma senza eccessive nostalgie. Non ho mai condiviso l’atteggiamento
tolemaico dell’università, la sua sacralità conservatrice. Preferisco le
avanguardie alle icone bizantine, mi piace affermare che vivo nel presente.
Solo quando mi distraggo guardo indietro».
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