L'analisi Nel recente caso dei test di ingresso comprati si è gridato
all'immoralità della classe docente e studentesca, ma non si è compreso che
dietro questo malaffare si nasconde la costruzione viziata di carriere dorate
per futuri liberi professionisti, provenienti soprattutto da ceti già ricchi
Gli scandali che hanno colpito recentemente l'Università di Bari, a partire
dalle prove d'esame di matematica acquistate nella facoltà di Economia e
Commercio per arrivare alle prove d'ingresso di Medicina e Odontoiatria, sono
la cartina di tornasole di un corrotto sistema di riproduzione e diffusione
dei saperi scientifici, ma anche della debolezza assoluta del mercato del
lavoro per i laureati pugliesi.
Si è scritto tanto, in regione soprattutto, sull'accaduto. Spesso si è gridato
all'immoralità della classe docente e di una parte di quella studentesca, ma
non si è ancora compreso fino in fondo che dietro l'acquisto di una prova
d'ingresso si nasconde la costruzione viziata di carriere dorate per futuri
liberi professionisti. La facoltà di Odontoiatria soprattutto, dacché esiste a
Bari, ha garantito la sopravvivenza di un sistema di vassallaggio che si è
nutrito del numero chiuso per ‘selezionare' i meritevoli di accedere non
all'università, ma alla libera professione. Non si dimentichi questo, perché
la differenza tra un esame e una prova d'ingresso è fondamentale per
comprendere quali sono i reali meccanismi di selezione del professionismo
barese.
Riflettendo sulle cifre, sui costi delle prove d'ingresso - trentamila euro
in media per questa benedetta facoltà - ci si rende conto che si è di fronte
ad un investimento vero e proprio, a qualcosa che trascende le possibilità di
una famiglia anche piccolo borghese. Un investimento che richiama il clima
massonico, di corruzione sotterranea, descritto in alcuni grandi film di
qualche decennio fa. Un investimento, infine, che serve a condannare
all'esclusione dalle carriere chi se la suda, ma è figlio di chi non ce la fa
a spendere il TFR (capita anche questo!) per garantire il futuro alla prole.
Inutile indignarsi. La parola dignità è abolita dal codice linguistico
universitario da quando la somma di incarichi, prebende, poteri, ha raggiunto
livelli che travalicano l'immaginabile e sovrastano quelli dei politici.
Riflettendo ancora sull'intero sistema universitario barese, e regionale in
senso lato, conviene soffermarsi accuratamente sull'effettiva funzione
educativa dell'istituzione. Cosa volete che faccia, più avanti, un odontoiatra
entrato via truffa in facoltà se non evadere il fisco? Sfornano futuri
evasori, obbligandoli a cimentarsi da giovani come truffatori a danno dei
coetanei più capaci.
È qualcosa di simile al meccanismo perverso dello spoil system, che in questo
periodo colpisce perfino la giunta Vendola e il suo assessore alla Formazione
Professionale.
Allora, fa bene il ministro Mussi a chiedere l'annullamento delle prove a
Catanzaro, a chiedere rigore, disciplina, e l'eventuale rimozione di quei
docenti che hanno costruito la riproduzione delle carriere e delle
professioni. Ma conviene andare oltre, e domandarsi, in tutta sincerità, se
non sia il caso di fare tabula rasa di queste teste, di spedire in pensione
gli incontentabili ordinari che toccano stipendi faraonici e non producono più
nulla. Perché l'Università, per statuto internazionale è la sede della libera
produzione di sapere, non della vincolata produzione di carriere.
L'effetto perverso, palpabile tra gli studenti di Bari, è la sfiducia, la
perdita di prestigio dell'intera università. A pagarne le conseguenze saranno
maggiormente i ricercatori, la manovalanza spicciola di questo sistema
medievale, che si vedranno presto nel vicolo cieco della perdita di senso
della loro professione, senza aver davvero condiviso con gli studenti i
prodotti del loro inestimabile lavoro.
Leo Palmisano, 13 settembre 2007 da aprileonline.info
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