Roma, 27 settembre 2007
Si è tenuta ieri a Roma presso la So.Se. la società che, per conto della
Agenzia delle Entrate, elabora tecnicamente lo studio, una riunione per la
valutazione degli studi di settore del comparto odontotecnico. In
rappresentanza di FENAODI – Confartigianato vi erano Gennaro Mordenti, che vi
ricordo abbiamo delegato come consiglio direttivo per tale materia, Fabrizio
Toscano dell’Ufficio Studi di Confartigianato ed Andrea Scalia. L’oggetto
della riunione era, ovviamente, la revisione dello studio di settore. La
discussione della giornata si è incentrata, tuttavia, non solamente sulla mera
revisione tecnica ma anche sul fatto che lo studio di questo settore, come per
gli altri, ha vissuto nel corso del 2007 l’apparire di una grossa novità:
quella degli indicatori di normalità economica. La Legge Finanziaria 2007,
furono introdotti nuovi criteri di applicazione degli studi. In particolare
attraverso un decreto in data 20 marzo 2007, spuntarono gli “indicatori di
normalità economica” che qualcuno ha definito come meccanismi
anti-taroccamento degli studi di settore. Si tratta di strumenti sofisticati
che evidenziano quanto la funzione di ricavo non evidenzia. Confartigianato e
le altre organizzazioni di categoria si sono subito ribellate alla
introduzione di tali indicatori per i seguenti motivi: sono stati elaborati
unilateralmente dall’Amministrazione finanziaria e non sottoposti al vaglio
delle Associazioni categoria, non hanno lo stesso livello di approfondimento e
dettaglio degli studi di settore, sono retroattivi all’anno d’imposta 2006 e
quindi non rispettano lo Statuto del Contribuente. L’impegno della
Confederazione ha consentito di ottenere il ripensamento da parte del Governo
e di far comprendere al Parlamento le giuste ragioni rappresentate dalle
Confederazioni dell’artigianato, del commercio e delle piccole imprese.
Ragioni che sono state progressivamente recepite, pur mantenendo ferma
l’esigenza di contrastare i fenomeni di evasione fiscale. L’attività
esercitata da Confartigianato con spirito costruttivo ha raggiunto l’obiettivo
di depotenziare gli indicatori di normalità e di far tornare gli studi di
settore ad essere uno strumento selettivo di equità fiscale. Il risultato di
tale attività ha portato al congelamento di quattro indicatori di normalità
economica su sette. Gli indicatori che, al contrario, verranno mantenuti sono
i seguenti:
1. incidenza dei costi di disponibilità dei beni strumentali mobili
2. durata delle scorte (in giorni)
3. incidenza dei costi residui di gestione sui ricavi
Il primo indicatore non permetterà più di realizzare ammortamenti dei beni
strumentali in maniera non compatibile con il valore di acquisto delle
attrezzature o peggio omettendo di dichiararne il valore. Il secondo
indicatore evidenzierà dei livelli di “giacenza” delle materie prime anomali
rispetto alla media del settore. Il terzo indicatore non permetterà più di
spostare i costi che dovrebbero essere considerati come costo del venduto,
all’interno della voce oneri diversi attraverso la artificiosa utilizzazione
di voci quali la vigilanza, la cancelleria, la pubblicità. Tali costi saranno
sempre indicati compatibilmente con le medie di settore. Tra gli indicatori
che sono stati congelati, vi evidenzio che uno in particolare avrebbe avuto un
impatto molto pesante sugli studi e circa i ricavi da presentare annualmente
per rimanere congrui: tale indicatore era il valore aggiunto per addetto ed è
stato, appunto, eliminato. Nel corso della giornata sono stati spiegati i
contenuti ed il funzionamento degli indicatori
mantenuti (i tre che abbiamo sopra citato) ed il loro impatto sugli studi di
settore anche ai fini dei ricavi. Sono stati, quindi, caricati alcuni esempi
per capire l’impatto che avranno gli indicatori suddetti. Da quanto si è
potuto constatare la situazione risulta accettabile per la nostra categoria ma
attendiamo di verificare in una futura riunione verso la metà di ottobre gli
ulteriori sviluppi.
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