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Dopotutto sembra che gli
odontotecnici italiani non siano i soli che considerano una grave carenza del
sistema sanitario la mancanza di informazione del paziente sulla provenienza e
sulle caratteristiche della protesi dentale utilizzata per curarlo.
La direttiva comunitaria che attualmente regola il
settore dei dispositivi medici su misura, la 93/42/CEE, una volta recepita
nell’ordinamento italiano con il D.Lgs n. 46 del 1990, , su questo specifico
aspetto è stata disattesa, anche a causa di discutibili “interpretazioni”
ministeriali. Le dichiarazioni di conformità che il fabbricante di protesi
dentali è tenuto a consegnare al medico assieme al proprio lavoro non solo il
più delle volte non vengono consegnate al paziente, ma quand’anche riescono a
raggiungerlo non riportano né il nome dell’odontotecnico né il luogo di
produzione.
Certamente è diritto del
paziente/cliente richiedere copia del documento, ma, si sa, nella gran parte
dei casi il paziente, ammesso che sia a conoscenza di questa sua prerogativa,
si fida ciecamente di colui che lo sta curando.
E’ una fiducia ben riposta?
Crediamo di sì, ma, come dimostrano i recenti casi emersi in Francia, esistono
purtroppo anche delle eccezioni.
I media d’Oltralpe, hanno
puntato i riflettori sul caso delle “protesi al piombo” che ha scosso il
settore dentale francese, suscitando nell’opinione pubblica una certa
apprensione e un interesse sulla questione della tracciabilità dei dispositivi
medici.
Non possiamo fare a meno
allora di notare alcune somiglianze tra la situazione della Francia e quella
italiana, alcuni elementi che meritano la dovuta attenzione. E’ per questo che
pubblichiamo di seguito il testo tradotto di un articolo pubblicato sulla
rivista mensile Capital in uno speciale inserto dedicato alla salute, con la
convinzione che una discussione su questo tema possa aiutarci a indirizzare il
nostro legislatore, al momento del recepimento della nuova direttiva
comunitaria sui dispositivi medici su misura (2007/47/CE), verso una più
efficace tutela dei diritti e soprattutto della salute del
cittadino/paziente.
odontotecnici.net
da Capital:
Attenzione! Alcune protesi dentali sono infarcite di piombo
Per gonfiare i propri margini sulle corone, certi
dentisti hanno finito per impiantarci non si sa cosa. A dispetto della nostra
salute.
Ai tempi dei re, le
corone si posavano sulla testa, ed erano d’oro. Oggi le si mettono in bocca e
contengono… del piombo. In piccole dosi, fortunatamente, e ben nascosto nella
ceramica. Ma comunque… Ammettiamolo, quando abbiamo deciso di fare analizzare
quattro di questi denti sintetici in laboratori specializzati per controllarne
la qualità non ci aspettavamo una simile scoperta. Certo, la scorsa primavera
si era già trovata una protesi piombata nella bocca di un paziente – il caso
aveva provocato anche uno scandalo. Ma erano gli Stati Uniti, e da noi ci si
credeva immuni da questi derivati. Ci si sbagliava. I tassi di piombo rilevati
nelle nostre quattro corone (tre provenienti dalla Cina, la quarta da un
laboratorio francese) hanno di che preoccupare. L’inquinamento raggiunge 1000
PPM (parti per milione) per la più contaminata delle nostre “made in China”,
cinque volte la concentrazione rilevata oltre Atlantico (210 PPM), e undici
volte il tasso consentito nei giocattoli da Bruxelles! Ora, quando viene
assorbito dall’organismo, questo metallo pesante può provocare delle
alterazioni delle funzioni renali, anemia, problemi endocrini e anche degli
aborti… “Non dovrebbe essercene nemmeno un’oncia nelle corone”, tuona Nicolas
Thévenet, dell’Afssaps, l’agenzia di sicurezza sanitaria. “Questo pone un vero
problema di salute pubblica”, conferma Jean-Claude Michel, della
Confederazione dei Sindacati dentali. Sorprendente? Non tanto, in fondo.
Perché alla fine, al di là delle loro virtù terapeutiche, la principale
utilità delle corone sembra essere quella di permettere ai nostri 40.000
dentisti di fare dei buonissimi affari. Se in media essi dedicano un terzo del
loro tempo lavorativo a installarle, esse costituiscono i due terzi del loro
reddito. Certo che i professionisti della fresa non sono tutti famelici. Ma
molti non esitano ad arrotondare il prezzo delle protesi per compensare la
debolezza delle tariffe di altre cure. Risultato: è impossibile oggi farsi
installare una protesi a meno di 450 euro – la tariffa media oscilla piuttosto
intorno ai 700 euro. E, nei bei quartieri della capitale, non è raro dover
sborsare 1000 euro (alle volte, con una parte in contanti). Anche includendo
il prezzo delle cure (due ore al massimo), queste tariffe appaiono totalmente
fuori misura. Una corona di qualità eccellente, rifinita in un laboratorio
francese, viene in effetti tra i 100 e i 150 euro. Ma, per gonfiare un po’ di
più i loro guadagni, numerosi professionisti del trapano non esitano a
rifornirsi presso società che subappaltano all’estero, il più delle volte in
Cina, ma anche in Madagascar, in Thailandia, o anche in Marocco. Oggi, in
Francia, di affermate se ne contano più di una ventina. I loro prezzi sono
imbattibili: partono da… 29 euro. Ancora rare fino a qualche anno fa, queste
corone low-cost, di qualità a volte scadente, sono sempre più comuni.
“Rappresentano ormai circa il 30% del mercato francese”, stima Maurice Davois,
il presidente dell’Unione nazionale dei protesisti dentali. E, contrariamente
a quello che si potrebbe credere, sono lontane dall’essere riservate ai
pazienti in CMU (servizio di base, ndt). “Si possono addirittura trovare a
1500 euro al pezzo negli studi lussuosi!”, assicura Alain Guillame, il
proprietario della rivista “Technologie dentaire”. In generale, i medici si
guardano dall’informare i loro pazienti sull’origine delle protesi
(quand’anche la conoscano!) Ed è molto raro che si prendano la pena di
verificare la loro composizione. Una direttiva europea impone tuttavia la
tracciabilità dei dispositivi medici, ma chi se ne preoccupa? Nessuno, sembra.
Di sicuro non le autorità pubbliche francesi, che non controllano nulla e non
hanno mai osato imporre ai dentisti un obbligo di informazione. Questo nuovo
caso del piombo le costringerà a farlo?
Sandrine Trouvelot
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